Oltre 500.000 firme in 50 giorni: come una petizione si è trasformata in una mobilitazione di massa
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In Italia, lə attivistə sono riuscitə a trasformare una petizione in qualcosa di molto più grande: un movimento nazionale che chiede un referendum per abrogare una legge controversa.
La nuova legge, introdotta dal governo Meloni, impedirà a molte persone giovani l’accesso all’educazione affettiva e sessuale ed esporrà le persone parte della comunità LGBT+ a un rischio particolare di isolamento e stigmatizzazione.
Per questo la campagna ha ricevuto il sostegno organizzativo del Partito Gay LGBT+, che ha contribuito a coordinare la raccolta delle firme necessarie per indire un referendum nazionale volto ad abrogare la legge. Ma la campagna ha rapidamente assunto una vita propria, diventando un esempio lampante di come la comunicazione digitale, l’organizzazione dal basso e il lavoro di costruzione del movimento, durato anni, possano combinarsi creando un’occasione imperdibile.
Il responsabile della campagna è stato Eliodoro Belmare, consulente politico, strategist digitale ed ex borsista dell’ECDA. Abbiamo parlato con lui di come la campagna abbia ottenuto risultati sbalorditivi – raccogliendo oltre 576.000 firme in soli 50 giorni – e del perché il segreto del suo successo non sia stata una strategia ingegnosa sui social media, ma l’attivazione del potere delle comunità, delle persone attiviste e delle reti costruite nel corso di molti anni.
Come ha fatto questa campagna a decollare così rapidamente dopo il suo lancio?
Eliodoro Belmare: Nel corso degli anni abbiamo costruito una rete di persone, gruppi e attivistə in molte città italiane che erano già statə coinvoltə nelle nostre precedenti iniziative politiche e referendarie. Non partivamo quindi da zero: avevamo già centinaia di persone che capivano i meccanismi della mobilitazione, sapevano come diffondere una campagna di raccolta firme, attivare le proprie reti locali, coinvolgere associazioni e organizzazioni locali, amici, gruppi WhatsApp e contatti personali. Questo ci ha permesso di trasformare immediatamente una campagna nazionale in centinaia di campagne locali e personali che si muovevano simultaneamente in tutto il Paese.
Altrettanto importante è stata l’esperienza accumulata attraverso le precedenti campagne referendarie. Avevamo già imparato cosa funziona e cosa no, quando una raccolta firme tende a rallentare, quanto sia importante comunicare costantemente i numeri, fissare obiettivi intermedi, far sentire alle persone che ogni singola firma può davvero influire sul risultato e, soprattutto, non permettere mai che la mobilitazione perda slancio. Quell’esperienza precedente ha plasmato le scelte che abbiamo fatto.
Perché c’era così tanta pressione in termini di tempo e in che modo questo ha influenzato la campagna?
Il periodo di 50 giorni è stato particolarmente impegnativo. Le campagne referendarie in Italia dispongono normalmente di circa 90 giorni per raccogliere le firme necessarie, ma poiché la legge era entrata in vigore il 7 luglio, la campagna ha avuto a disposizione solo circa 50 giorni. La normativa italiana, inoltre non consente di presentare una richiesta di referendum abrogativo nell’anno che precede lo scioglimento di una delle due Camere, di conseguenza, ci siamo trovati con una finestra di opportunità eccezionalmente ristretta, poiché la legge che cercavamo di abrogare era stata approvata solo poche settimane prima.
Normalmente campagne di questo tipo avrebbero a disposizione 90 giorni. Ma abbiamo dovuto costruire, lanciare e portare una campagna nazionale alla soglia richiesta in meno di due mesi.
Questo ha anche determinato completamente la nostra strategia: non potevamo permetterci una campagna che crescesse lentamente. Ogni singolo giorno doveva generare firme, condivisioni e nuovi moltiplicatori. Da qui deriva anche il costante senso di urgenza nella nostra comunicazione.
Come avete trasmesso questo senso di urgenza nei messaggi della campagna?
Uno dei messaggi centrali era estremamente semplice: «Fermati un attimo. C’è qualcosa di concreto che puoi fare proprio ora, e ci vogliono solo due minuti». In un momento politico in cui molte persone hanno la sensazione che tutto sia determinato dall’agenda del governo e che i partiti di opposizione dispongano di pochi strumenti per avere un impatto reale, il referendum è stato percepito come uno strumento concreto di partecipazione. Non stavamo semplicemente chiedendo alle persone di essere d’accordo con noi, di indignarsi o di condividere un post: stavamo chiedendo loro di fare qualcosa, immediatamente – di firmare.
Ogni giorno abbiamo riportato i dati aggiornati. Questo è stato un altro elemento decisivo. Le persone potevano vedere il contatore salire e capivano che la loro azione individuale stava producendo un risultato concreto. Ogni traguardo raggiunto diventava immediatamente il punto di partenza per quello successivo e contribuiva a stimolare ancora di più la comunità.
Quando abbiamo raggiunto circa 400.000 firme, abbiamo detto alle persone che quello poteva essere un momento decisivo. La risposta è stata straordinaria: in sole 24 ore abbiamo raggiunto la soglia richiesta di 500.000 firme. Questo ci ha mostrato chiaramente la forza della rete che avevamo costruito: attivistə, associazioni, creator, personaggə pubblicə e singolə sostenitorə si sono attivatə contemporaneamente, mobilitando a loro volta altre persone. Si è creato un vero e proprio effetto moltiplicatore e, allo stesso tempo, è stata fornita una prova concreta di come l’esperienza maturata nelle campagne precedenti ci avesse insegnato a riconoscere il momento in cui era necessario accelerare il più possibile.

Come avete definito l’identità visiva della campagna?
Anche questa è stata una scelta deliberata: grafica accattivante, colori forti, pochissime parole, caratteri tipografici enormi e un costante senso di urgenza. All’inizio, alcune persone ci hanno persino detto che sembrava comunicazione di destra. La domanda che ci siamo posti è stata: perché la destra dovrebbe avere l’esclusiva sui colori forti, sul linguaggio diretto e sull’urgenza nella comunicazione politica? Volevamo un messaggio semplice, chiaro e accessibile, quindi abbiamo utilizzato quei codici senza esitazione. Perché siamo persone e siamo arrabbiate. L’obiettivo, quindi, non era creare una grafica elegante o una comunicazione delicata, ma impedire alle persone di scorrere oltre e catturare la loro attenzione.

In che modo avete cercato di ampliare la portata della campagna e del suo messaggio al di là delle basi di sostegno delle organizzazioni che l’hanno lanciata?
Fin dall’inizio abbiamo cercato di evitare che la campagna fosse percepita come una lotta tra una fazione politica e l’altra. Anche persone e personaggə pubblicə di destra hanno firmato, e uno dei nostri messaggi ricorrenti era: «Anche le persone per cui avete votato potrebbero non ascoltarvi su questo tema». Abbiamo quindi cercato di andare oltre il solito schema «sinistra contro destra» e incoraggiare le persone a chiedersi semplicemente: «Cosa ne pensate davvero di questo tema?»
Abbiamo deciso di collaborare sui social media con quasi chiunque fosse disposto a sostenere la campagna, senza guardare solo al numero di follower. Anzi, abbiamo cercato attivamente pagine, creatori e comunità in grado di portarci fuori dalla nostra bolla. Una piccola pagina con un pubblico completamente diverso dal nostro poteva rivelarsi molto più utile di un grande account seguito dalle stesse persone che avevamo già raggiunto.
Come avete affrontato l’apatia o l’ostilità nei confronti della campagna?
Forse è giunto il momento di superare l’idea che ogni commento assurdo o aggressivo debba sempre ricevere una risposta cortese e istituzionale. Quando non volevamo usare un linguaggio duro, ricorrevamo all’ironia. Ridicolizzare certi argomenti, smascherarne le contraddizioni e farlo con umorismo ha generato un grande coinvolgimento. Le persone non si limitavano più a osservare la campagna: hanno iniziato a riconoscersi nel suo linguaggio e nel modo in cui rispondeva.
Abbiamo anche preso di mira gli account social di altri. Abbiamo organizzato un’ondata di commenti sugli account della RAI (l’emittente pubblica italiana), chiedendo loro di dare spazio alla campagna. Abbiamo anche commentato sistematicamente i post dei principali oppositori del referendum e poi li abbiamo ripubblicati nelle nostre Storie, portando lì la nostra comunità. In questo modo, il nostro commento diventava spesso uno dei più visibili sotto il loro stesso post: chiunque arrivasse a leggere il contenuto dell’avversario avrebbe visto immediatamente anche la nostra risposta.
La scarsa copertura da parte dei principali media italiani, paradossalmente, è diventata un’ulteriore forza trainante. Ancora oggi, nonostante oltre 576.000 firme, il referendum riceve pochissima copertura televisiva, mentre la campagna è stata riportata persino dai media stranieri. Abbiamo quindi trasformato questa mancanza di copertura in uno strumento di mobilitazione: «Se non ne parlano loro, allora dobbiamo farlo noi».

Quanto sono stati importanti gli appoggi da parte di personaggə pubblicə, creator o organizzazioni, e come avete cercato di ottenerli?
All’inizio, molti attori politici, associazioni e singolə, anche vicini alle tematiche della campagna, erano rimastə in gran parte inattivə. Abbiamo quindi iniziato a commentare sotto i loro post, compresi quelli dell’opposizione, chiedendo loro pubblicamente di prendere posizione. Una volta che la campagna ha dimostrato di avere un vero slancio, molti di loro hanno gradualmente iniziato ad appoggiarla e a promuoverla.
Sul nostro sito web abbiamo inoltre tenuto un elenco costantemente aggiornato di tutte le celebrità, i creator, le associazioni, le organizzazioni e gli altri gruppi che avevano pubblicamente sostenuto la campagna. Anche questo ha avuto un effetto importante: da un lato, ha dato riconoscimento a coloro che avevano scelto di prendere pubblicamente posizione; dall’altro, ha dimostrato visibilmente che la coalizione a sostegno del referendum era in continua espansione. Ogni nuovo sostegno diventava quindi non solo una forma di appoggio, ma anche uno strumento per incoraggiare altre persone e organizzazioni a prendere posizione.

Anche le nostre collaborazioni con la comunità della stand-up comedy sono state molto importanti. La satira è uno dei pochi strumenti in grado di metterci di fronte alle nostre contraddizioni senza farci subito assumere un atteggiamento difensivo. Abbiamo quindi lavorato su video leggeri e divertenti che spesso non venivano percepiti immediatamente come “politici”, in modo che le persone li guardassero fino alla fine e recepissero il messaggio quasi senza rendersene conto.
Altrettanto importante è stato il coinvolgimento delle associazioni giovanili e delle organizzazioni giovanili dei partiti politici. Parlare di educazione affettiva e relazionale senza coinvolgere direttamente i giovani sarebbe stato un errore, quindi abbiamo cercato di renderli partecipanti attivi alla campagna piuttosto che semplici destinatari.

Come avete costruito la mobilitazione al di là dei social media?
Un approccio dal basso è stato assolutamente fondamentale. A seguito del divieto europeo sulla pubblicità a pagamento sui social media, e in assenza di copertura televisiva mainstream o di apparati di partito, la nostra è stata la prima campagna referendaria indipendente dall’ottobre 2025 a raggiungere con successo la soglia richiesta. Abbiamo quindi dovuto fare affidamento ancora di più sul passaparola, su WhatsApp, sulle mailing list, sulle newsletter, sui creator, sulle associazioni, su attivistə e sulla condivisione personale. Ed è proprio qui che la rete che avevamo costruito nel corso degli anni ha fatto la differenza: ogni attivista, a sua volta, è diventato un piccolo nodo per la diffusione della campagna.
Quali sono stati i risultati complessivi della campagna?
Abbiamo raccolto più di 577.000 firme, il che ci ha permesso di raggiungere e superare la soglia delle 500.000 firme, abbiamo ottenuto circa 100.000 follower e circa 50 milioni di visualizzazioni uniche dei contenuti della campagna. E tutto questo è avvenuto in circa 50 giorni.
Ma questo risultato non è nato dal nulla, né è stato semplicemente il frutto di una campagna sui social media di successo o di una tattica di comunicazione ingegnosa. Due elementi sono stati fondamentali per noi: una rete di nostrə attivistə già presente e attiva in tutta Italia e l’esperienza che avevamo acquisito attraverso precedenti campagne referendarie. Abbiamo raggiunto i nostri obiettivi grazie alla combinazione di esperienza politica e referendaria, una rete di base a livello nazionale, persone già mobilitate, comunicazione digitale, creator di contenuti, associazioni e centinaia di micro-reti che si sono attivate contemporaneamente.

Quali sono gli insegnamenti chiave che avete tratto da questa campagna?
Penso che il vero risultato sia che non ci siamo limitatə a organizzare una semplice campagna di raccolta firme; abbiamo riattivato e ampliato una comunità che già esisteva e che nel corso degli anni aveva sviluppato esperienza, relazioni e capacità di mobilitazione. Le persone hanno condiviso spontaneamente i risultati, hanno convinto amici e parenti a firmare, hanno pubblicato screenshot delle loro firme, hanno seguito il contatore ogni giorno e hanno sentito che questa campagna apparteneva anche a loro.
Forse questa è la lezione più importante dell’intera campagna: la comunicazione può accelerare una mobilitazione, ma per ottenere un risultato di questa portata in 50 giorni è necessaria una comunità già consolidata. La campagna è riuscita a trasformare quella rete preesistente in partecipazione, senso di appartenenza e urgenza.
Cosa succede ora e quali sono i prossimi passi?
Questa settimana (martedì 29 settembre) abbiamo presentato ufficialmente le firme alla Corte di Cassazione. Se tutto andrà bene, il referendum si terrà nella primavera del 2027... e a quel punto, a causa del requisito del quorum, dovremo affrontare una sfida completamente nuova: mobilitare 20 milioni di persone! Quindi, anche se la petizione ha raggiunto il suo obiettivo, dobbiamo continuare a fare campagna, ampliando la nostra lista di sostenitori e spiegando perché questa questione è così importante.
Featured image from the referendum campaign's Instagram feed.
Blog post licensed under CC BY-NC-SA 4.0



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